MOUSE: P.I. for Hire, il nuovo sparatutto in prima persona ispirato ai cartoni animati degli anni ’30 sviluppato da Fumi Games e pubblicato da PlaySide Publishing, è disponibile dal 16 Aprile su PS5, Xbox Series, Switch 2 e PC (Steam).
Ci sono giochi che ti conquistano immediatamente, non tanto perché abbiano il sistema più profondo del mondo o la trama più incredibile mai scritta, ma perché basta guardarli qualche secondo per capire che hanno tantissima personalità da vendere. MOUSE: P.I. for Hire è proprio questo. Lo vedi in movimento e pensi subito di essere davanti a qualcosa di davvero speciale: cartoni animati anni ’30, bianco e nero, animazioni rubber-hose, detective col cappello calcato sulla testa e sparatorie degne di un boomer shooter.
Un mix che potrebbe risultare quasi improbabile, eppure che si dimostra tremendamente affascinante. La buona notizia è che quando funziona, funziona davvero alla perfezione. La meno buona, invece, è che sotto la superficie scintillante restano alcuni problemi non completamente trascurabili, soprattutto nel modo in cui gameplay e narrazione faticano a convivere davvero insieme. Ma procediamo con calma un passo alla volta.
La storia di MOUSE: P.I. for Hire ci mette nei panni di Jack Pepper, investigatore privato nella città di Mouseburg, un mondo abitato interamente da topi antropomorfi. L’inizio segue binari molto classici: una donna entra nell’ufficio, c’è un caso da risolvere, un mago scomparso da rintracciare, e da li le vicende si allargano rapidamente fino a toccare complotti politici, attentati, criminalità organizzata e tensioni sociali tra topi grandi e topi piccoli. È il classico impianto da genere hard-boiled però visto in chiave cartoon, con tutti i cliché del caso: il detective disilluso, la città corrotta, i doppi giochi e le verità nascoste.
Di base la cosa funziona. Non siamo davanti a una trama memorabile, certo, ma il ritmo regge botta e la campagna sa spingere il giocatore a voler vedere cosa succederà dopo. Il problema non è tanto la struttura della narrazione, quanto più il modo in cui questa viene raccontata. MOUSE: P.I. for Hire ha una dipendenza che definirei compulsiva dai riferimenti e dai giochi di parole. Essendo un mondo di topi, tutto quanto ruota attorno al formaggio. Tutto. Criminali legati al contrabbando caseario, battute sulla mozzarella, giuramenti sulla ricotta, descrizioni sensuali trasformate in metafore gastronomiche, e così via. All’inizio strappa sicuramente una risata, ma dopo qualche ora può diventare insistente.
E non si ferma li, dato che il gioco cita continuamente anche altre cose: vecchi cartoni, cinema classico, cultura pop e videogiochi. Alcune trovate sono genuine e simpatiche, come il battello a vapore chiamato Willie o il power-up agli spinaci che trasforma Jack in una specie di Braccio di Ferro impazzito, mentre altre sembrano più un riempitivo che davvero idee brillanti. È come se il titolo avesse un po’ paura di restare in silenzio per un momento e sentisse il bisogno di ricordarti costantemente quanto sia “consapevole” delle sue ispirazioni a cui fa riferimento.
Questo atteggiamento si riflette anche sui dialoghi di MOUSE: P.I. for Hire. Il doppiaggio è di ottimo livello e Troy Baker, nei panni di Jack Pepper, fa il suo dovere più che egregiamente. Il punto è che neppure un cast valido può trasformare ogni battuta in oro colato se il testo insiste troppo nel voler essere spiritoso a tutti i costi anche quando non ce n’è davvero così tanto bisogno. Mouseburg è una città ricca di atmosfera, ma raramente lascia il tempo di respirare davvero il proprio mondo.
Comunque, quando si passa al gameplay e si inizia a sparare, MOUSE: P.I. for Hire cambia totalmente volto. Il cuore dell’esperienza è un FPS dichiaratamente ispirato ai boomer shooter più classici, quindi uno sparatutto con ritmo elevato, arene piene zeppe di nemici, mobilità estrema e arsenale progressivamente sempre più fuori di testa. Si parte con pistola e pugni, ma ben presto entrano in scena il fucile a pompa Boomstick, il mitra James Gun, dinamite e armi decisamente più bizzarre come il Devarnisher o la Trementina, capaci di sciogliere letteralmente i nemici lasciando soltanto lo scheletro per terra.
L’impatto delle armi utilizzabili è abbastanza soddisfacente. Cambiare strumento in base alla situazione è decisamente importante, anche perché le munizioni non sono infinite e il gioco spinge intelligentemente a variare approccio costantemente. Il fucile a pompa resta spesso il migliore armamentario disponibile, grazie alla sua immediatezza e alla sensazione brutale che restituisce negli scontri ravvicinati. Far saltare in aria una stanza piena di gangster ha un retrogusto arcade immediato ma altamente genuino.
Ancora meglio funziona il sistema di movimento. Jack non è inchiodato al terreno come nei vecchi sparatutto più rigidi. Può scattare, scivolare, usare il doppio salto e persino roteare la coda per restare sospeso in aria per qualche istante. Questo aggiunge un pizzico di verticalità al tutto e rende gli scontri di MOUSE: P.I. for Hire più dinamici. Ci si muove rapidamente, si schivano i proiettili, si aggirano gruppi di nemici e si costruiscono strategie sempre in movimento. In certi momenti sembra davvero di star giocando a una versione cartoon di DOOM, meno violenta e cruenta ma comunque divertentissima.
Il problema è che non tutti gli scontri di MOUSE: P.I. for Hire mantengono lo stesso livello di qualità. Molte arene ricadono nella struttura più semplice possibile: chiusura delle porte, ondate di nemici, elimina tutto e prosegui. È una formula che funziona per qualche ora, ma che se ripetuta troppe volte durante la campagna comincia a mostrare la corda. Inoltre, i nemici spesso compaiono da porte marcate da teschi o da punti di spawn artificiali, togliendo un po’ di quella credibilità agli ambienti e trasformando certe sezioni in un mero esercizio meccanico. Imparati gli spawn point, si prosegue a razzo.
Anche il bilanciamento non sempre convince al 100%. A difficoltà normale gli oggetti curativi sono abbastanza abbondanti e la sfida raramente diventa davvero crudele. Si muore, certo, ma molto meno di quanto ci si aspetterebbe da un titolo che vuole richiamare un certo tipo di sparatutto vecchia scuola. Chi cerca una prova più dura probabilmente dovrà alzare il livello di difficoltà, ma anche alla difficoltà difficile c’è parecchio margine di errore. Bisogna dire che questo è un aspetto parecchio personale, ma generalmente il livello di sfida non è mai esagerato.
Dove invece MOUSE: P.I. for Hire brilla quasi senza discussioni è nella presentazione audio e visiva. Visivamente è uno dei titoli più incredibili degli ultimi tempi. Il bianco e nero, la grana della pellicola, i personaggi 2D integrati in scenari tridimensionali, le animazioni esagerate e rimbalzanti, il modo in cui le armi si muovono a schermo: tutto comunica una cura davvero maniacale. Non è solo una bella presentazione appoggiata sopra un FPS discreto. C’è un lavoro di regia evidente di fondo. Non si trattava solo di replicare un’estetica vintage, ma di adattarla a un gioco in prima persona veloce e leggibile.
Gli ambienti sono vari, ricchi di dettagli anche minuscoli e sempre coerenti con il tono dell’esperienza. L’unico vero appunto che posso fare riguarda la varietà dei nemici: tutti ben disegnati, ma non numerosissimi. Anche il sonoro fa la sua parte in modo egregio. La colonna sonora accompagna perfettamente l’atmosfera noir-cartoon, alternando brani ritmati e momenti più morbidi nei passaggi narrativi. Gli effetti sonori sono puliti e curati, elemento fondamentale in un FPS di questo tipo. Il doppiaggio, come già detto, è pienamente convincente e contribuisce parecchio al carisma complessivo.
Molto gradita è anche la struttura adottata tra una missione e l’altra di MOUSE: P.I. for Hire. Una volta conclusi i livelli si torna nell’hub centrale, con l’ufficio di Jack, il bar, il negozio e l’officina. È uno spazio semplice ma pienamente funzionale, utile per prendere fiato, parlare con gli NPC, accettare incarichi secondari e investire nei potenziamenti. Gli upgrade delle armi si ottengono attraverso schemi trovati durante l’esplorazione dei livelli e convertiti in punti da spendere a piacimento, una soluzione che lascia al giocatore un minimo di libertà nella personalizzazione.
Una menzione va fatta anche al sistema di scassinamento di MOUSE: P.I. for Hire, che usa la coda di Jack come se fosse un piccolo serpentello da guidare dentro la serratura. Bisogna colpire tutti i perni, tenendo spesso in considerazione limiti di tempo o di mosse, e uscire correttamente. È una tipologia di scassinamento che non si è mai vista nel panorama videoludico e che spezza bene il ritmo e si lascia giocare con piacere.
Tra i contenuti secondari di MOUSE: P.I. for Hire si trova persino un minigioco di figurine da baseball nel bar cittadino. Un’aggiunta sicuramente inattesa, leggera, ma altresì simpatica. È uno di quei dettagli che dimostrano quanta voglia ci fosse di costruire un mondo più ampio del semplice “vai e spara a tutto”. E poi arriviamo al nodo centrale: la famosa dissonanza tra ciò che il gioco racconta e ciò che il gioco ti fa fare di cui discutevo inizialmente alla recensione.
Jack Pepper viene presentato come un detective scaltro ma tutto sommato normale, uno che vive di casi e intuizioni. Peccato che nel corso della campagna questo massacri quantità industriali di nemici, irrompa in stazioni di polizia, distrugga intere organizzazioni criminali e lasci dietro di se un livello di devastazione che farebbe impallidire il Doom Guy. MOUSE: P.I. for Hire continua a trattarlo come un investigatore scanzonato, ma noi giocatori lo viviamo come una macchina da guerra inarrestabile. Il problema è la coerenza. Se vuoi essere parodistico, spingi tutto verso il nonsense. Se vuoi raccontare un noir, devi dare un peso alle conseguenze. MOUSE: P.I. for Hire resta nel mezzo e a volte inciampa proprio li.
Anche la parte investigativa, elemento potenzialmente interessantissimo, rimane molto molto superficiale. Gli indizi raccolti finiscono sulla bacheca e spesso è Jack a tirare automaticamente le conclusioni. Il giocatore osserva più che dedurre. Non rovina il ritmo, questo è sicuro, ma lascia la sensazione di una grande occasione mancata. È un peccato che il lato investigativo sia così limitato.
In conclusione, MOUSE: P.I. for Hire è un gioco facile da amare e altrettanto facile da criticare. Ha momenti eccezionali: uno stile visivo strepitoso, un gunplay divertente, una mobilità riuscita, personalità da vendere e un’identità immediatamente riconoscibile. Ma ha anche difetti che non si possono completamente ignorare: la scrittura insiste un po’ troppo nei riferimenti, investigazione poco interattiva, struttura degli scontri a volte ripetitiva e una fusione tra noir e FPS che non sempre trova il giusto equilibrio. Resta comunque un titolo da tenere d’occhio e consigliatissimo, soprattutto per chi ama gli sparatutto vecchia scuola e cerca qualcosa di diverso. Non è il capolavoro definitivo, ma quando ingrana lascia il segno.
8
Voto CGC
Recensione MOUSE: P.I. for Hire
MOUSE: P.I. for Hire è un titolo con una forte identità che ha degli alti elevatissimi lato gameplay e presentazione audiovisiva, ma anche dei bassi non ignorabili lato narrazione e coerenza.
La recensione è stata eseguita tramite Codice Review fornito dal Publisher/Sviluppatore/Agenzia PR/Distributore.







