Monster Crown: Sin Eater, il sequel del GdR a turni monster collector Monster Crown sviluppato e pubblicato da Studio Aurum, sarà disponibile dal 30 Aprile su PS5, Xbox Series, Switch e PC (Steam).
Ci sono serie che nascono guardando direttamente ai colossi del medium e non fanno nulla per nasconderlo. Monster Crown, uscito nel 2021, era esattamente questo: un monster collector dichiaratamente ispirato ai primi titoli della serie Pokémon, con pixel art in stile retro, un’atmosfera più cupa del solito e un’idea molto interessante legata all’allevamento e agli incroci tra creature. Non era un gioco perfetto, anzi, portava sulle spalle diversi problemi tecnici, una rifinitura altalenante e una struttura spesso grezza. Non si può non dire però che non aveva personalità, ambizione e, soprattutto, aveva voglia di distinguersi in un genere ormai usato da moltissimi sviluppatori.
Monster Crown: Sin Eater nasce proprio da quella base e prova nel mentre a fare il passo successivo. Non si limita a riproporre la formula originale in modo copia-incolla, ma ne espande i sistemi, amplia il mondo di gioco e punta fortissimo sulla quantità di contenuti e profondità gestionale. Il risultato è un buon monster collector, a tratti persino molto intrigante, che però inciampa in diversi limiti concreti: troppa vastità poco filtrata, una struttura di gioco che risulta datata ad oggi e qualche bug di troppo che impediscono al progetto di brillare davvero come potrebbe.
Monster Crown: Sin Eater ci porta ancora una volta nella Nazione della Corona, universo fantasy dal tono meno spensierato rispetto ad altri esponenti del genere. Il protagonista dell’avventura è Asur, un giovane ragazzo di campagna che sogna di diventare un Domatore di Mostri come il fratello maggiore. Quando la sua famiglia si ritrova in grave pericolo, il classico sogno adolescenziale si trasforma rapidamente in qualcosa di molto più serio, con implicazioni che riguardano il destino regione stessa. È una premessa molto classica, certo, ma resa comunque più interessante grazie a un tono narrativo più dark e da una scrittura che prova spesso ad andare oltre il semplice “catturali tutti” o “diventa il più forte”.
Uno degli aspetti più piacevoli di Monster Crown: Sin Eater è proprio il world-building. La Nazione della Corona ha una sua identità decisamente riconoscibile, costruita con attenzione e con una coerenza visiva che si percepisce fin da subito. Città, percorsi, ambienti naturali e insediamenti hanno uno stile preciso, e si sente il lavoro di un team si piccolo ma focalizzato. Il fatto che gran parte della componente ambientale sia stata gestita con una direzione artistica “compatta” aiuta sicuramente: il mondo appare meno dispersivo sul piano estetico di quanto non sia sul piano del gameplay.
Ma, ovviamente, il cuore del gioco non è decisamente la trama. È nella componente monster collector che Monster Crown: Sin Eater gioca tutte le sue carte migliori. E qui arriviamo al suo pregio più grande e anche al suo limite più evidente allo stesso tempo. Il titolo mette sul tavolo oltre mille creature uniche realizzate a mano, con ulteriori varianti cromatiche, trasformazioni elementali, ibridi ottenuti tramite incrocio e combinazioni derivate da queste evoluzioni. Sulla carta è un sogno per chi ama il collezionismo estremo. Un’enciclopedia vivente di possibilità, quasi un parco giochi enorme per chi passa ore a studiare team composition, breeding e rarità.
Il sistema di incrocio è infatti il vero fiore all’occhiello dell’esperienza di Monster Crown: Sin Eater. Due mostri possono generare una creatura ibrida con caratteristiche miste, mentre la fusione permette approcci ancora diversi alla personalizzazione del team. A questo si aggiungono anche trasformazioni legate agli elementi e a specifici oggetti, che cambiano ulteriormente la forma delle creature e le loro potenzialità in battaglia. Il numero di combinazioni diventa rapidamente gigantesco, tanto da perderne totalmente il controllo ad una certa.
Quando Monster Crown: Sin Eater entra in questa dimensione da laboratorio creativo, funziona benissimo. Catturare una creatura particolare, farla crescere, sperimentare con gli incroci e vedere cosa esce fuori è genuinamente divertente. C’è quel senso di curiosità continua che ogni buon monster collector dovrebbe sempre saper offrire, con quella voglia di dire “ok, e se provo questo?” che resta viva per parecchie ore. Il problema, però, è che mille possibilità non equivalgono automaticamente a mille decisioni significative o di impatto per l’esperienza.
Dopo l’iniziale entusiasmo, la vastità del roster inizia anche a mostrare il fianco duramente. Alcune creature risultano intriganti, altre molto di meno. Alcune linee evolutive hanno una personalità chiara, altre sembrano perdersi nella massa. Il rischio di saturazione è più che reale: quando il numero diventa così enorme, mantenere leggibilità, affezione e bilanciamento per ogni singolo mostriciattolo è complicatissimo. E infatti in certi momenti si ha la sensazione che Monster Crown: Sin Eater punti più a impressionare con la quantità che a valorizzare davvero ogni singolo mostro. C’è un motivo se nemmeno più Pokémon inserisce tutte le creature insieme in un unico gioco.
Attenzione, non sto dicendo che il sistema non funziona. Quello che voglio farvi capire e che avrebbe beneficiato enormemente di una maggiore cura nella selezione, nel ritmo con cui introduce nuove creature e nel modo in cui spinge il giocatore a legarsi a loro. Sotto questo punto di vista, Monster Crown: Sin Eater fallisce abbastanza aspramente.
Anche il combattimento di Monster Crown: Sin Eater si muove su binari piuttosto familiari. Gli scontri a turni sono chiari, leggibili e sufficientemente strategici, soprattutto quando si comincia a sfruttare sinergie, tipi e creature ibride costruite con più attenzione. Non reinventa nulla, certo, ma offre abbastanza strumenti dal rendere piacevole la crescita del proprio team. La soddisfazione arriva soprattutto quando una squadra pensata da te, e non semplicemente catturata lungo il percorso, inizia a funzionare davvero.
Il ritmo, però, paga pegno a una struttura di gioco molto vecchia scuola. E questo è forse il difetto che si sente di più durante tutta l’avventura. Monster Crown: Sin Eater è un titolo che spesso sembra arrivare da un’altra epoca, nel bene e nel male. C’è il fascino dell’esplorazione classica, del viaggio da città a città, delle aree da attraversare cercando nuovi incontri e segreti.
Ma ci sono anche tante rigidità che oggi pesano maggiormente: backtracking non sempre stimolante, progressione a tratti lenta, interfacce migliorabili, gestione di alcune informazioni poco elegante e una generale sensazione di macchinosità in diversi passaggi. Chi ama i GdR portatili dei primi anni Duemila potrebbe persino trovarci un certo comfort qui. Chi invece cerca un’esperienza moderna, scorrevole e rifinita rischia di sbattere spesso contro spigoli dolorosi.
L’esplorazione delle aree selvagge prova ad aggiungere un po’ di personalità grazie al comportamento dei mostri. Non tutte le creature restano ferme ad aspettare il combattimento: alcune fuggono appena ti vedono, altre ti caricano senza pensarci due volte, altre ancora ti seguono in modo alquanto inquietante restando nell’ombra. È una bella idea, seppur ereditata ovviamente dai più recenti titoli del genere, perché trasforma il mondo in qualcosa di più vivo rispetto al classico quadratone di erbetta con incontri casuali. Non rivoluziona l’esplorazione, sia chiaro, ma le da comunque carattere. E in un genere dove spesso gli ambienti servono solo come corridoio tra una palestra e l’altra, non è decisamente poco.
Interessante è anche il sistema di dialoghi ramificati e decisioni con conseguenze reali che offre il gioco. Molti NPC hanno qualcosa da dire, e alcune scelte possono modificare eventi o rapporti in modo tangibile. Non sempre l’impatto è buono, ma il semplice fatto che il gioco provi a rendere il giocatore parte attiva del mondo è un valore aggiunto non indifferente. Monster Crown: Sin Eater cerca più volte di elevarsi oltre il semplice colleziona-combatti-ripeti, e questa è una delle direzioni più giuste da seguire.
Sul fronte tecnico il giudizio è decisamente più altalenante. Artisticamente Monster Crown: Sin Eater ha il suo fascino: sprite numerosi, ambientazioni curate, atmosfera coerente e una presentazione che sa essere nostalgica senza risultare totalmente anonima. Anche il comparto sonoro accompagna bene l’avventura, con musiche piacevoli e un’identità audio discreta seppur presente.
Dove invece arrivano i veri problemi è nella stabilità generale, specialmente sulla versione Switch da me giocata. Qualche bug di troppo, piccoli inciampi di rifinitura, imperfezioni sparse e momenti in cui il gioco mostra chiaramente i limiti produttivi del team. Nulla che lo renda completamente ingiocabile, ma abbastanza da inzozzare un’esperienza che avrebbe avuto bisogno di maggiore lucidatura generale in quasi ogni aspetto. In un titolo basato su sistemi complessi e una progressione longeva, ogni attrito pesa molto più del normale.
Anche la longevità, c’è da dire, va letta in due modi diversi. Se siete completisti patologici, qui trovate materiale per settimane (letteralmente): roster enorme, combinazioni da testare, trasformazioni da scoprire, team da rifinire e contenuti da completare. Se invece preferite esperienze più concentrate, il rischio di dispersione è più che reale. Non tutto ciò che Monster Crown: Sin Eater offre ha lo stesso peso, e la mole complessiva può trasformarsi ben presto in pura fatica.
In conclusione, Monster Crown: Sin Eater è un progetto sincero e ambizioso. Si vede che vuole offrire ai fan del genere qualcosa di più profondo, più vasto e più ricco di possibilità rispetto alla media generale. E in parte ci riesce anche. Il sistema di breeding è solido, il mondo ha personalità, l’idea di un monster collector più oscuro e meno tradizionale ha il suo fascino. Ma allo stesso tempo è un gioco che avrebbe beneficiato enormemente di più filtri, più modernizzazione e più pulizia tecnica. A volte non serve aggiungere cento creature in più, ma serve far spiccare meglio quelle che hai già. Non serve nemmeno un mondo più grande. Serve invece uno più scorrevole da vivere.
Resta comunque un buon esponente del genere, su questo ci sono pochi dubbi, consigliabile soprattutto a chi ama smanettare con statistiche, team building e collezionismo spinto, meno invece a chi cerca immediatezza o una produzione rifinita al millimetro. Nel complesso un buon monster collector, che però pecca sotto alcuni aspetti tra cui la troppa vastità di creature, una struttura di gioco datata e qualche bug di troppo.
7
Voto CGC
Recensione Monster Crown: Sin Eater
Monster Crown: Sin Eater, nel complesso, è un buon monster collector, che però pecca sotto alcuni aspetti tra cui la troppa vastità di creature, una struttura di gioco datata e qualche bug di troppo.
La recensione è stata eseguita tramite Codice Review fornito dal Publisher/Sviluppatore/Agenzia PR/Distributore.
Livello: Oro
Livello: Oro







